«Ascolta: nel 1912 venne annunciato in Inghilterra il ritrovamento di un fossile che rivoluzionava tutte le credenze correnti a quel tempo in materia di evoluzione. Un teschio con caratteristiche sia umane che scimmiesche. La comunità scientifica… accettò quel fossile senza discussioni. Ci vollero quarant’anni per dimostrare che era un clamoroso falso, un collage di ossa umane e di scimmie. E sai perché ci volle tanto? Per il wishful thinking… Nel senso che quel fossile rispondeva ai desideri della comunità scientifica dell’epoca». Leggendo Tullio Avoledo mi veniva in mente l’incipit di una delle opere fondamentali per capire come sia possibile ingegnarsi nella costruzione di realtà storiche ricorrendo all’invenzione della tradizione. «Per tradizione inventata si intende un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di includere determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità con il passato. Di fatto, laddove è possibile, tentano in genere di affermare la propria continuità con un passato storico opportunamente selezionato». (Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, L’invenzione della tradizione, Einaudi, 1983, pp. 3-4). Ai pubblicitari e agli esperti di comunicazione consiglio di approfondire il tema leggendo Ernest Gellner, Nazioni e nazionalismo, Editori riuniti, 1993). Poi il risultato può essere praticamente lo stesso di quello raggiunto dal pubblicitario di Avoledo: «uno seppellisce nel passato qualcosa che in realtà non c’era perché venga trovato ne futuro». Il tema è quanto mai ricorrente e ritorna attuale ogni 25 aprile nella misura in cui si tende a comprendere tra i martiri resistenziali anche i repubblichini di Salò. Anche in questo caso la rilettura del passato è affidata ad autorevoli esponenti della comunità scientifica degli storici: a ratificare la lettura della resistenza come una guerra civile ci aveva pensato lo storico Claudio Pavone all’inizio degli anni Novanta. E ricordo l’ilarità che la mia ricerca sulla Lega Nord suscitava alla metà di quel decennio, mentre scrivevo della necessità di prendere sul serio la nazione padana, le ronde e le camicie verdi. Poi al bisogno di ricercare si è sostituito quello di capire così ho deciso di concedendermi letture fondamentali come Nord Est di Carlotto e Videtta.
Il personaggio principale del romanzo di Avoledo, Alberto Mendini, ha più di un problema perché deve organizzare una campagna di comunicazione politica volta a riscoprire le origini celtiche della sua regione. Pur operando nel Nordest italiano, l’impresa si presenta ardua e ricca di insidie. In principio le remore più grandi erano di ordine morale, poiché gli sembrava irresponsabile costruire una storia dal nulla per il sol fatto che un assessore regionale fosse disposto a finanziare lautamente l’operazione. Ignaro delle tante forzature che hanno accompagnato la nascita e il rafforzamento dei nazionalismi europei, delle omissioni e delle esagerazioni che hanno accompagnato il ricordo di eventi fondativi come la Rivoluzione Francese, la Seconda Guerra Mondiale, Alberto comincia a porsi qualche problema di troppo. Dal momento in cui ha deciso di accettare l’incarico, il suo problema non può più essere quello di moralizzare la committenza, quanto piuttosto quello di tracciare delle strade di persuasione sulla plausibilità di un’origine celtica della sua regione. «Sai qual è la differenza fra pubblicità informativa e pubblicità suggestiva… La pubblicità informativa descrive obiettivamente il prodotto. Informa sulle sue qualità oggettive. La pubblicità suggestiva invece cerca di influenzare il cliente con un messaggio che vinca la sua resistenza all’acquisto. Ciò su cui si fa leva con questo genere di pubblicità non è il lato informativo, ma l’immagine del prodotto. Quindi cerca di stimolare l’inconscio del cliente. E dove il bisogno non c’è lo si crea» (Tullio Avoledo, Lo stato dell’unione, Sironi, 2005, pp.149-50).
Ma le possibilità del pubblicitario sono davvero infinite nella misura in cui il suo raggio di azione cognitiva è in grado di estendersi all’intero ventaglio dei prodotti culturali. «Una delle tematiche più interessanti del particolare genere letterario chiamato fantascienza è quella degli universi paralleli. I romanzi che ne trattano partono dal presupposto che un determinato evento (spesso un momento cruciale, ma a volte anche un fatto minimale, come l’uccisione di una farfalla nel Giurassico) comporti una deviazione del corso storico. In altre parole, da un certo istante in poi la storia prende una piega diversa. Non so. Hitler muore in trincea nel 1916, quindi il nazismo non nasce, e a invadere l’Europa nel 1939 è l’Unione Sovietica di Stalin. Le caravelle di Cristoforo colombo tornano indietro prima di avvistare il continente americano. E così via. L’evento che produce la deviazione storica è chiamato in modi diversi dai vari autori di fantascienza. Alcuni lo chiamano punto di divergenza». E la divergenza mi sembra davvero calzante, almeno per quanti provano ogni giorno a restare con i piedi per terra.
Lucio Iaccarino
Coordinatore generale