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Mar 28

Nell’ambito delle iniziative di Città femminile plurale 2009, organizzate a Napoli dall’Assessorato per le Pari Opportunità, il forum su “Rete di reti per l’occupabilità” ha affrontato il tema della vulnerabilità sociale nell’attuale crisi economica. Le situazioni sono molto diverse: disagio psicologico e relazionale, percezione d’insicurezza, precarietà abitativa, malattia, incertezza di reddito e di lavoro e minacciano l’equilibrio psico-fisico e socioeconomico delle donne, pregiudicando sia le relazioni sociali sia i rapporti familiari. Gli studi più recenti indicano che i minori che vivono in famiglie monoparentali, a basso reddito e bassa istruzione, sono più esposti al rischio di esclusione sociale. Il sistema di welfare tradizionale non è adeguato ad affrontare tali nuovi rischi sociali e copre soltanto il rischio d’infortunio, malattia e morte del capofamiglia - prevalentemente, maschio.
I primi risultati della ricerca che ho presentato nel forum sulle reti per l’occupabilità scava nei vissuti di 15 donne di età superiore a 45 anni che frequentano il centro sportivo di una parrocchia nella Municipalità Avvocata-Montecalvario. Lo studio esamina le dimensioni della vulnerabilità, come situazione in cui l’equilibrio della vita normale è messo a repentaglio da eventi improvvisi e imprevisti: ad esempio la perdita del lavoro, una malattia, la separazione dal coniuge, la nascita di un figlio. Questi eventi possono combinarsi tra loro e appaiono spesso difficili da fronteggiare. Tanto che l’autonomia e la capacità di scelta delle donne sono minacciate da un inserimento instabile nei principali sistemi di integrazione sociale e di distribuzione delle risorse e si traduce in sofferenza, insicurezza, paura, difficoltà ad affrontare i problemi quotidiani.
La vulnerabilità è una situazione complessa, multidimensionale, ma anche una condizione dinamica e reversibile. Non è una condizione di povertà economica conclamata, ma un processo che dall’inclusione conduce all’esclusione sociale, all’isolamento, alla dipendenza, alla depressione. È  però una condizione transitoria, reversibile, da cui si può uscire. E ciò è cruciale per chi deve disegnare e attuare politiche di inclusione sociale attiva per il reinserimento dei soggetti vulnerabili nelle reti sociali e produttive. Le politiche per l’occupabilità possono scongiurare i rischi di vulnerabilità, fornendo non solo formazione professionale e opportunità di lavoro, ma agendo anche sugli aspetti di natura relazionale, sociale e culturale della vulnerabilità. Il disagio emerso dalle interviste condotte è, infatti, prevalentemente di natura psicologica e relazionale, ma – se non opportunamente contenuto –  può investire sfere più ampie della vita delle persone nel breve e nel lungo periodo.
Lo studio in esame documenta come sta cambiando la condizione delle donne a Napoli, la percezione del loro ruolo nella famiglia e nella società, gli aspetti in cui emergono le loro paure ed insicurezze. E per le donne vulnerabili, conciliare lavoro e cura diventa un problema ancora più grave rispetto alle difficoltà che normalmente incontrano per lavorare e gestire una famiglia allo stesso tempo. I risultati, presentati nel forum di sabato 7 marzo, puntano l’attenzione sulle strategie relazionali individuali e collettive per superare le situazioni di vulnerabilità e vanno dalla cancellazione di abitudini, come non essere più disposte a dedicarsi solo alla cura dei figli e al lavoro domestico, fino a mettersi in gioco in pratiche di lavoro innovative, come ad esempio creare video per le canzoni preferite da mettere su google, ricavandone reddito. O più semplicemente orientate al tempo libero come andare a ballare. Ma non mancano strategie virtuose operanti nella sfera pubblica, come le donne che si dedicano ai progetti nel sociale a Scampia. Ma sottrarsi alla vulnerabilità può significare semplicemente eludere i rischi d’insicurezza nei quartieri ove si vive, facendo finta che il rischio di essere aggredite non esista. Sono strategie di reazione o di resilience – si direbbe in inglese – che le donne mettono in pratica per attutire le condizioni di disagio.
Le dinamiche di gruppo innescate attraverso la partecipazione delle donne intervistate nelle attività sportive illuminano percorsi collettivi di uscita dalla vulnerabilità e che le istituzioni dovrebbero riconoscere e mettere in rete. Il gruppo della palestra diventa luogo di espressione della propria libertà, di organizzazione del tempo, di gioco, di immaginazione, di sperimentazione, di iniziativa e decisione collettiva. Il gruppo sportivo diventa forma di empowerment collettivo da intercettare, comprendere e valorizzare. Si tratta di un’esperienza di sicuro interesse per chi gestisce centri di ascolto, sportelli di informazione, servizi alla persona. E come questa, ne esistono tante altre forme come gruppi di preghiera, gruppi di mamme che si aggregano davanti le scuole e che prendono iniziative a beneficio dei loro figli e del quartiere, le associazioni e le cooperative sociali, in cui le donne sono sempre più coinvolte sia come lavoratrici sia come decisori attivi. Aspettare che siano le donne a raggiungere gli sportelli potrebbe non bastare a svelare il sottile dramma della vulnerabilità. E come nella ricerca l’osservatore scova i lati oscuri della realtà, nel sociale occorre rintracciare nuovi approcci, per intercettare i bisogni delle donne, senza fermarsi dinanzi strategie individuali, valorizzando le relazioni di gruppo e i luoghi collettivi di aggregazione. 
Mita Marra
Supervisor, progettazione scientifica, ThinkThanks

Feb 20

E’ la nemesi. L’amministrazione Iervolino, erede di quel governo locale che tanto aveva investito politicamente nel “Rinascimento napoletano” e nella pianificazione urbanistica, viene criticata aspramente per l’incapacità di rilanciare e riqualificare adeguatamente il centro storico di Napoli. Il casus belli è la visita degli ispettori Unesco, lo scorso mese di dicembre, e il paventato pericolo che la città perda la prestigiosa iscrizione nella World Heritage List – o, meglio, lo status della città di Napoli degradi a Patrimonio mondiale in pericolo -. Comunque andrà, la visita straordinaria degli ispettori è cosa più unica che rara, e già da sé basta a restituirci le dimensioni del problema. Per l’esito dello screening bisognerà aspettare la conferenza Unesco di giugno 2009 a Siviglia. Per ora, l’opposizione politica e civile all’attuale amministrazione Iervolino ha un motivo in più per lamentare il cattivo lavoro della giunta.
Fra Zone franche, Progetti integrati e Documenti di orientamento strategico, è un fatto che il centro versi in pessime condizioni. Allo stato attuale, non è chiaro se Napoli perderà i soldi destinati alle città Unesco per non aver redatto il Piano di gestione (che deve essere approvato per tutti i beni iscritti nella World Heritage List). L’assessore Oddati ha recentemente sostenuto (fonte: il Denaro, 17-01-09) che grazie al Documento di Orientamento Strategico, la cui stesura era già stata avviata con l’ex assessore all’Edilizia Laudadio, sarà possibile spendere i 220 milioni di euro previsti dall’articolo 151 del trattato dell’Unione Europea, da utilizzare interamente per l’area del centro storico. Ma se i finanziamenti sono salvi, non si capisce perché la procedura del Piano di gestione sia al punto di partenza. Le critiche maggiori da parte delle associazioni espressione del centro storico, soprattutto del Comitato civico Santa Maria di Portosalvo e del suo combattivo presidente Antonio Pariante, si sono concentrate in particolar modo sulla mancata approvazione di questo documento; massima dimostrazione dell’incapacità dell’amministrazione in carica di tutelare fattivamente il centro antico. A questo genere di rilievi, l’amministrazione risponde in modo vago, dimostrando che le associazioni hanno colto nel segno. La mancata approvazione del Piano di gestione peserebbe tutta sulle spalle dell’attuale giunta. La sensazione è, inoltre, che, ancora una volta, l’opinione pubblica creda che la politica cittadina possa trarre giovamento da policy progettate da un superiore livello di governance. Come se un tutore serio possa accreditare amministrazioni inaffidabili. Se gli enti locali non riescono a tappare le buche, forse un fondo europeo avrà qualche dote taumaturgica. Ma, in realtà, è proprio questa aspettativa sui progetti europei/internazionali ad essersi, dimostrata, nel complesso, errata. Se la pubblica amministrazione è poco efficiente, il risultato finale sarà sempre il medesimo, poco importa si tratti di politiche su fondi europei o nazionali.
La situazione del centro storico napoletano, fra l’altro, sembra avvolta da una perniciosa nuvola di ambiguità e confusione. Da un lato, c’è la riflessione sulle politiche e sugli strumenti d’intervento (Piano regolatore, Piano di gestione, Documento di Orientamento Strategico), dall’altro insiste la polemica circa gli attori realmente coinvolti dal procedimento (Comune, Regione, Ministero dei Beni Culturali, Curia, ruolo delle associazioni). La Iervolino, d’altronde, ha sempre ritenuto che uno dei problemi del centro antico era anche la frantumazione proprietaria dei beni oggetto di tutela.
E non si può neanche dimenticare che esistono gruppi di pressione che hanno sempre sostenuto che il recupero del centro storico (da perimetrarsi in modo restrittivo rispetto a quanto stabilito dall’Unesco) doveva accompagnarsi a sventramenti e nuovi “risanamenti”. Umberto Siola dichiarava lo scorso 13 luglio al Mattino, che era necessario prevedere un «grande programma di interventi [con] abbattimenti […] [nelle] parti meno nobili del tessuto urbano».
Ma se ci sono tanti problemi, quali sono le dinamiche e le responsabilità?
Secondo i politologi Pressman e Wildavsky, l’ambiguità delle politiche è indotta scientemente dai vari livelli di livelli di governo al fine di rendere impossibile l’imputazione della responsabilità allorquando un progetto politico fallisce. Nel nostro caso, in realtà, l’ambiguità sembra essere sistemica e travolge tutti i protagonisti, al di là della loro volontà di celare fallimenti di governo.
Limitiamoci, per il momento, al caso Unesco. La mancata approvazione del Piano di gestione (Pdg) è assolutamente una cosa biasimevole. Il Pdg sembra essere quello strumento che consente un salto qualitativo nel management del bene culturale oggetto della tutela internazionale. Ma, in Italia, fra 43 beni “Patrimonio mondiale dell’Umanità”, solo 11 hanno un Pdg. I mali di Napoli, quindi, non possono essere esclusivamente legati all’assenza di tale piano. E’ un problema di pianificazione, allora. Inoltre, il Parlamento è intervenuto con la legge n. 77 “Misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella ‘lista del Patrimonio mondiale’, posti sotto la tutela dell’Unesco”, solo nel 2006. E questa legge non prevede né poteri sostitutivi né sanzionatori per le amministrazioni inadempienti circa l’attuazione del Pdg. Una legge “leggera”, quindi: e che rimanda alle Linee guida del Ministero per i Beni Culturali (MiBAC) l’individuazione dell’amministrazione competente e promotrice del Pdg. Che può essere l’Ente locale: ma anche lo stesso MiBAC. Ed è solo nel Periodic Reporting dell’Unesco del 2006 che si stabilisce che il soggetto responsabile del Pdg è il Comune di Napoli, senza che questo comporti l’inibizione del potere d’impulso del MiBAC; anche solo, cioè, di convocare le altre amministrazioni per sottoscrivere un Protocollo d’intesa. Se è “fisiologico” che il primo ente che si sarebbe dovuto occupare del Pdg era il Comune, è anche vero che hanno latitato le altre amministrazioni.
Esistono, quindi, differenti responsabilità. L’amministrazione centrale, confusa dalla devolution, sembra incapace di definire il suo ambito di intervento da quello degli Enti locali, ed integrare l’operato delle varie Sovraintendenze; ciò dimostra, in pratica, le reali difficoltà legate alla riforma del titolo V della Costituzione, con riferimento alla legislazione concorrente sulla materia dei beni culturali. Il nuovo modello di gestione del patrimonio culturale emerso con la finanziaria 2002, con la moltiplicazione di associazioni, fondazioni e partecipate a cui affidare la gestione dei beni artistici, sembra innescare meccanismi centrifughi, piuttosto che favorire una reductio ad unum.
Per Regione e Comune, d’altronde, il Pdg viene dopo (e deve integrarsi con) gli altri strumenti di pianificazione, sì ché calare dall’alto un Pdg è assolutamente impossibile. Paralizzati dall’ambiguità decisionale – e anche dalla frantumazione degli interessi che vede contrapposti chi sogna un nuovo Regno del Possibile e le associazioni espressione del centro antico – la scelta delle varie pubbliche amministrazioni è stata, fin qui, una non-scelta. Sono d’accordo con quanto scriveva, il 9 dicembre 2008, sulla Repubblica, Pasquale Belfiore, allora presidente di In Arch Campania ed, oggi, nuovo assessore all’Edilizia della giunta Iervolino: «I peccati più gravi sono quelli di omissione. Il centro storico non è mai rientrato nelle priorità strategiche della politica urbanistica. Lo sono invece Bagnoli, la zona orientale, il tema della mobilità. Non essendo una priorità, non sono stati fatti: il Piano di gestione del centro storico Unesco, con relativa perdita dei contributi previsti dalla legge 77/2006; la progettazione esecutiva degli ambiti previsti nel Piano regolatore, con relativa perdita della possibilità di attivare su di essi interventi di riqualificazione urbana; il Piano del traffico, con relativo aggravamento dell’impatto automobilistico su abitanti e monumenti; un programma per il controllo dell’abusivismo edilizio, più che mai attivo; un monitoraggio sulla qualità dell’arredo urbano, di evidente modestia tecnologica e esecutiva». Ma le omissioni hanno riguardato tutte le amministrazioni. Il sistema non ha favorito comportamenti virtuosi. Ora, con il Documento di orientamento strategico, il Comune potrebbe dare una svolta: ma l’attuale debolezza politica di Comune e Regione non sembra favorire la ricomposizione degli interessi degli stakeholder; fra i quali c’è chi non hai mai smesso di credere in progetti come Neonapoli, sicuramente poco conciliabili con l’esigenza di salvaguardia del patrimonio connessa alla natura della tutela Unesco.

Alessio Postiglione