Reti di donne contro la vulnerabilità
Nell’ambito delle iniziative di Città femminile plurale 2009, organizzate a Napoli dall’Assessorato per le Pari Opportunità, il forum su “Rete di reti per l’occupabilità” ha affrontato il tema della vulnerabilità sociale nell’attuale crisi economica. Le situazioni sono molto diverse: disagio psicologico e relazionale, percezione d’insicurezza, precarietà abitativa, malattia, incertezza di reddito e di lavoro e minacciano l’equilibrio psico-fisico e socioeconomico delle donne, pregiudicando sia le relazioni sociali sia i rapporti familiari. Gli studi più recenti indicano che i minori che vivono in famiglie monoparentali, a basso reddito e bassa istruzione, sono più esposti al rischio di esclusione sociale. Il sistema di welfare tradizionale non è adeguato ad affrontare tali nuovi rischi sociali e copre soltanto il rischio d’infortunio, malattia e morte del capofamiglia - prevalentemente, maschio.
I primi risultati della ricerca che ho presentato nel forum sulle reti per l’occupabilità scava nei vissuti di 15 donne di età superiore a 45 anni che frequentano il centro sportivo di una parrocchia nella Municipalità Avvocata-Montecalvario. Lo studio esamina le dimensioni della vulnerabilità, come situazione in cui l’equilibrio della vita normale è messo a repentaglio da eventi improvvisi e imprevisti: ad esempio la perdita del lavoro, una malattia, la separazione dal coniuge, la nascita di un figlio. Questi eventi possono combinarsi tra loro e appaiono spesso difficili da fronteggiare. Tanto che l’autonomia e la capacità di scelta delle donne sono minacciate da un inserimento instabile nei principali sistemi di integrazione sociale e di distribuzione delle risorse e si traduce in sofferenza, insicurezza, paura, difficoltà ad affrontare i problemi quotidiani.
La vulnerabilità è una situazione complessa, multidimensionale, ma anche una condizione dinamica e reversibile. Non è una condizione di povertà economica conclamata, ma un processo che dall’inclusione conduce all’esclusione sociale, all’isolamento, alla dipendenza, alla depressione. È però una condizione transitoria, reversibile, da cui si può uscire. E ciò è cruciale per chi deve disegnare e attuare politiche di inclusione sociale attiva per il reinserimento dei soggetti vulnerabili nelle reti sociali e produttive. Le politiche per l’occupabilità possono scongiurare i rischi di vulnerabilità, fornendo non solo formazione professionale e opportunità di lavoro, ma agendo anche sugli aspetti di natura relazionale, sociale e culturale della vulnerabilità. Il disagio emerso dalle interviste condotte è, infatti, prevalentemente di natura psicologica e relazionale, ma – se non opportunamente contenuto – può investire sfere più ampie della vita delle persone nel breve e nel lungo periodo.
Lo studio in esame documenta come sta cambiando la condizione delle donne a Napoli, la percezione del loro ruolo nella famiglia e nella società, gli aspetti in cui emergono le loro paure ed insicurezze. E per le donne vulnerabili, conciliare lavoro e cura diventa un problema ancora più grave rispetto alle difficoltà che normalmente incontrano per lavorare e gestire una famiglia allo stesso tempo. I risultati, presentati nel forum di sabato 7 marzo, puntano l’attenzione sulle strategie relazionali individuali e collettive per superare le situazioni di vulnerabilità e vanno dalla cancellazione di abitudini, come non essere più disposte a dedicarsi solo alla cura dei figli e al lavoro domestico, fino a mettersi in gioco in pratiche di lavoro innovative, come ad esempio creare video per le canzoni preferite da mettere su google, ricavandone reddito. O più semplicemente orientate al tempo libero come andare a ballare. Ma non mancano strategie virtuose operanti nella sfera pubblica, come le donne che si dedicano ai progetti nel sociale a Scampia. Ma sottrarsi alla vulnerabilità può significare semplicemente eludere i rischi d’insicurezza nei quartieri ove si vive, facendo finta che il rischio di essere aggredite non esista. Sono strategie di reazione o di resilience – si direbbe in inglese – che le donne mettono in pratica per attutire le condizioni di disagio.
Le dinamiche di gruppo innescate attraverso la partecipazione delle donne intervistate nelle attività sportive illuminano percorsi collettivi di uscita dalla vulnerabilità e che le istituzioni dovrebbero riconoscere e mettere in rete. Il gruppo della palestra diventa luogo di espressione della propria libertà, di organizzazione del tempo, di gioco, di immaginazione, di sperimentazione, di iniziativa e decisione collettiva. Il gruppo sportivo diventa forma di empowerment collettivo da intercettare, comprendere e valorizzare. Si tratta di un’esperienza di sicuro interesse per chi gestisce centri di ascolto, sportelli di informazione, servizi alla persona. E come questa, ne esistono tante altre forme come gruppi di preghiera, gruppi di mamme che si aggregano davanti le scuole e che prendono iniziative a beneficio dei loro figli e del quartiere, le associazioni e le cooperative sociali, in cui le donne sono sempre più coinvolte sia come lavoratrici sia come decisori attivi. Aspettare che siano le donne a raggiungere gli sportelli potrebbe non bastare a svelare il sottile dramma della vulnerabilità. E come nella ricerca l’osservatore scova i lati oscuri della realtà, nel sociale occorre rintracciare nuovi approcci, per intercettare i bisogni delle donne, senza fermarsi dinanzi strategie individuali, valorizzando le relazioni di gruppo e i luoghi collettivi di aggregazione.
Mita Marra
Supervisor, progettazione scientifica, ThinkThanks