Il Cinema spiazzato dall’interpretazione di Gomorra
Apprendiamo senza nessuno stupore la notizia del mancato risultato di Gomorra al Golden Globe, della sua esclusione dalla rosa dei nove finalisti all’Oscar. Tale assenza va infatti spiegata con la natura culturale ibrida sia del libro di Saviano che del Film di Garrone. Sul primo, l’interminabile dibattito intellettuale si è arroventato intorno al dilemma del se fosse un saggio o un romanzo. Catalogato come romanzo, ad una prima lettura superficiale, Gomorra appare come un saggio travestito da romanzo, come se in questa operazione di marketing si celasse il segreto del suo successo. Della stessa anomalia soffre anche la pellicola di Garrone, neorealista e in grado di riprodurre l’atmosfera quotidiana delle Vele di Scampia, senza rinunciare all’immaginario gangster del cinema nordamericano, ma sempre sporcando la fiction con tracce di documentario.
Questa confusione di generi è invece la lezione paradigmatica di Gomorra libro, tanto forte da condizionare anche la sua resa cinematografica.
Si tratta di una svolta interpretativa epocale che rompe codici precostituiti, aprendo nuove possibilità per la letteratura, per la saggistica e per la comunicazione e per l’organizzazione culturale in genere. Gomorra è prima di tutto la storia di un prodotto culturale, che comincia a svincolarsi dai percorsi di successo del suo autore. È un prodotto che si va confrontando con il mondo globalizzato, senza alcun timore reverenziale: giocandosela alla pari con i premi Nobel. Sì perché la portata di Gomorra nelle scienze sociali sancisce il primato dell’antropologia, come strada maestra per addentrarsi nei mercati criminali del Mezzogiorno, e quindi riporta in Campania e a Napoli, nella sua dimensione metropolitana, la sorgente primaria di una nuova riflessione meridionalistica. Per raccontare la realtà e smuovere allo stesso tempo le coscienze, bisogna andarci vicino, toccarla, fino al punto di arruolare nel proprio cast indagati e pregiudicati. L’Osservazione partecipante di Saviano è a tratti sconvolgente, per la razionalità con cui descrive il post-fordismo nel mercato criminale, per la lucidità del racconto delle dinamiche economiche, dal sub-appalto del tessile, della contraffazione e degli equilibri uniscono agli interessi delle griffe internazionali al mercato nero. Passaggi di mano perfettamente incastonati all’interno di un sistema efficiente ed efficace.
Il problema è di carattere epistemologico. Epistemologia significa concentrarsi sul rapporto tra realtà e soggetto che la osserva, tra il racconto e lo scrittore, tra il regista e lo sceneggiatore, ponendosi problemi di veridicità, dove finisce la finzione e dove comincia la cronaca. Dilemmi ahinoi destinati a restare insoluti, perché la svolta paradigmatica di Saviano e di Garrone sta nell’aver offerto il più incredibili degli esempi in cui conviene confondere i piani della realtà e della finzione. Il problema non è mica che il lettore o lo spettatore di Gomorra confondano il vero e il falso. Non siamo mica a livello televisivo o al grande fratello, qui siamo tra le cattedrali mondiali della conoscenza e vincere adesso avrebbe significato una vera e propria rivoluzione almeno per l’industria culturale italiana.
Le trasformazioni si cominciano a manifestare proprio dinanzi alle resistenze al cambiamento. Per cui nulla di nuovo, soltanto una legittima volontà a rallentare la corsa di questa svolta interpretativa.
Cogliere la proposta culturale di questa avanguardia è una necessità impellente. Fallire significherebbe non valorizzare il meglio della lezione “gomorriana”, e Napoli e le sue periferie sono finalmente luogo di sperimentazione artistica, ben oltre i confini delle soglie istituzionali, dentro il vissuto della plebe con la tensione a toccare l’animo popolare.
di Lucio Iaccarino