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Ago 05

Opén review nasce all’interno del Centro di ricerca e comunicazione Think Thanks, proponendosi come spazio di riflessione, dibattito, creatività, nel contesto delle scienze sociali.

Giu 19

Mezzogiorno e un Quarto è finito. Dopo sette appuntamenti si è conclusa un’esperienza che ci ha impegnati per quattro mesi. Siamo soddisfatti. L’obiettivo era di riaprire la discussione sulla “questione meridionale”: anzi, se vogliamo, di andare oltre la definizione stessa di “questione  meridionale”, locuzione che abbiamo sempre scritto tra virgolette perché superata, non corrispondente più alla realtà. Intendiamoci, a Sud di problemi ce ne sono ancora tantissimi, purtroppo: ma seguono percorsi e dinamiche nuove, tipici di una società che, pur tra molte contraddizioni, appartiene comunque all’occidente avanzato del capitalismo immateriale.
Per questo abbiamo preferito parlare di Mezzogiorno possibile, chiedendo nelle sette tappe abbiamo agli esperti di aprire scenari nuovi, di tratteggiare soluzioni all’altezza di un paese moderno.  Come ci è sempre piaciuto dire, abbiamo voluto “spostare un po’ più in là” la lancetta della riflessione.
Per Think Thanks si è trattato di una sfida culturale, in primo luogo, ma anche organizzativa, seguendo la filosofia che ci caratterizza: ricerca e innovazione. Abbiamo tenuto insieme culture diverse, creando continui cortocircuiti all’interno dei singoli incontri e tra un incontro e l’altro. Quando si è trattato di parlare di management culturale, sono stati coinvolti operatori culturali napoletani, di ambito pubblico e privato, che hanno posto ai relatori Domenico De Masi e Gioacchino Lanza Tomasi delle domande stringenti sulla difficoltà del fare impresa culturale al Sud. Quando è stata la volta della letteratura, protagonisti Francesco Durante e Massimo Onofri, abbiamo realizzato un piccolo, e devo dire, molto apprezzato documentario, intervistando molti narratori meridionali su temi importanti, per creare dialettica tra le lingue dei critici e degli scrittori.
E non abbiamo avuto paura di fare incontri, apparentemente più difficili, sulle politiche pubbliche, parlando di PIT e Patti territoriali, o sul federalismo, sfiorando i tecnicismi giuridici, sempre traducendoli, grazie al talento dei relatori e alla capacità di controllo dei moderatori, in un linguaggio comprensibile.
A caratterizzare l’approccio Think Thanks è stato anche il lavoro preparatorio di ogni appuntamento: sono state sempre preparate delle griglie di domande puntuali che i relatori hanno ricevuto diversi giorni prima dell’appuntamento: e da loro abbiamo ottenuto, durante gli incontri, focalizzazione sui contenuti e grande attenzione al compito. Domande chiare e risposte nette, affilate, stringate.
E di tutto ciò rimarrà traccia, perché dalla manifestazione, i cui incontri sono stati tutti filmati, ricaveremo un documentario originale, costituirà un innovativo tassello nella riflessione sul meridione. Questo è uno degli elementi centrali del nostro approccio manageriale alla cultura: dove le iniziative non muoiono in se stesse, ma si pongono in dialogo con l’esterno, eludendo il limite tipico delle iniziative meridionali, l’autoreferenzialità, l’assenza di una rete dei saperi e dei luoghi che li producono.
Mezzogiorno e un Quarto è finito? Direi che sta appena cominciando…

Stefano Fedele
Responsabile editoriale

Mag 28

prossimi passi

2009 ore 18,27 postato da admin nessun commento

La Plenaria Think Thanks di maggio è ormai alle spalle… È stata molto intensa, ricca di riflessioni, di laboratori formativi, workshop, presentazioni. Nel corso di “Tras-formazione” che i nostri senior researcher stanno seguendo per apprendere a condurre corsi di formazione, facendo un lavoro su sé stessi, per abbandonare definitivamente le relazioni up e down tipiche dell’insegnamento universitario ne sono successe di tutti i colori. Molta partecipazione emotiva ma anche tanto lavoro di squadra, con simulazioni di situazioni lavorative che hanno prodotto risultati di metodo rilevanti per le azioni future di Think Thanks. Ma anche le sessioni pomeridiane sono state efficaci, affrontando temi come l’open innovation, il web 2.0, la web-Tv, il virale, oltre ai progetti di comunicazione convenzionale legati allo sviluppo della casa editrice. Ma il risultato più rilevante di questa plenaria è stata la prima definizione dell’offerta formativa del prossimo ciclo Think Thanks, centrata attorno ai temi della formazione degli adulti, della metodologia della ricerca, dell’approccio narrativo, e molto altro. L’offerta comincia ad essere elaborata sulla base di una attenta analisi delle competenze dei ricercatori Think Thanks, oltre che sulla base di riconoscibili standard acquisiti internamente grazie alla Responsabile della formazione. Lucio Iaccarino Coordinatore generale

Mag 11

prossima plenaria

2009 ore 16,01 postato da admin nessun commento

Si avvicina la prossima Plenaria. All’incirca ogni 40 giorni lo staff del Polo culturale Think Thanks si ritrova per una full-immersion, come occasione per riflettere sui diversi progetti di comunicazione e sullo stato dei lavori del Centro di analisi. Nell’occasione si incontrano tutti i nostri ricercatori junior e senior, per confrontarsi sui risultati delle indagini in corso. Si tratta di uno sforzo organizzativo importante che mira a mantenere alta l’attenzione sul metodo e sulle tecniche adoperate in ciascuna ricerca. Investire nella ricerca può non dare frutti nel breve termine ma siamo convinti che a medio e lungo termine le risorse umane ThTh possano acquisire nuove competenze oltre che interiorizzare la mission di Think Thanks. Si comincia di in mattinata con il corso di formazione per i formatori, perché siamo convinti che la formazione degli adulti (andragogia) non possa limitarsi alla lezione frontale o alle esperienze, pure importanti, che i nostri formatori hanno acquisito prima di lavorare con Think Thanks. Si prosegue con intense riunioni e workshop, presentazioni e discussioni spesso animate ed emotivamente partecipate. Ma la Plenaria è anche il momento per ascoltare ed incontrare esperti esterni. Nelle scorse plenarie abbiamo incontrato registi, pubblicitari, ricercatori, storici, giuristi. Il confronto con l’esterno e con altri operatori culturali è indispensabile, perché ci aiuta a mettere a fuoco problemi e opportunità che altrimenti non coglieremmo confinandoci all’interno delle nostre mura organizzative. In qualche caso gli esterni hanno sposato la nostra causa e Think Thanks ha finito per adottarli, ampliando il nostro network scientifico e professionale. La prossima plenaria sarà riservata agli interni data l’ingente mole di lavoro da passare al vaglio e considerato che si tratta di appena due giornate, venerdì e sabato, considerata la tentazione di andare in spiaggia…

Lucio Iaccarino

Coordinatore generale

Mag 06

Tutti dovrebbero evitare l’argomento e occuparsi di questioni più gravi. La crisi economica internazionale dovrebbe imporre maggiore rigore e un’attenzione a temi più urgenti riguardanti il lavoro, il costo della vita, le imprese, ecc. Eppure tutti, ma proprio tutti, non ne possono fare a meno. La separazione fra Veronica e Silvio è oggetto di riflessione nazionale, internazionale, globale. Se ne discute a casa, in ufficio, con il partner, dal parrucchiere, dal barbiere, al bar o dal giornalaio. Si accende la televisione e i titoli dei telegiornali riportano l’attenzione sul punto. D’altro canto, si parla sempre dei problemi coniugali degli altri come occasione per ribadire i valori su cui si fondano i propri rapporti affettivi. Si condanna il tradimento degli altri, come strategia per allertare preventivamente il nostro partner su che tipo si sanzione incontrerebbe qualora decidesse di tradire. Viceversa si discute degli equilibri su cui si reggono i rapporti di altre coppie per introdurre elementi di novità all’interno dei propri. Ma qui la questione è davvero più complessa. Perché non si tratta di giustificare la genuinità dell’inciucio nazionale.

Non è colpa di Veronica se Silvio ha reso pubbliche le sue vicende familiari. Questa operazione di publicizzazione della sfera privata è servita a dimostrare agli italiani che dietro le gesta eroiche dell’imprenditore vi era una famiglia affettuosa perfettamente incastonata nella storia personale di un leader di successo. Ieri il leader del Pd, Franceschini, dai banconi televisivi di Ballarò, ha ricordato la campagna in cui Berlusconi ha sbandierato la sua storia familiare rendendola icona della sua statura morale. Diversa è l’operazione, ancora più efficace, di privatizzazione della sfera pubblica, condotta dal capo del Pdl. Le riunioni ad Arcore, dove nel privato del salotto più prestigioso d’Italia si decidono le sorti del Paese. E la stessa sovrapposizione dell’imprenditore al politico di professione, ha convinto l’elettorato della cura che solo Silvio può garantire alla nazione, come se si trattasse di una azienda familiare. Probabile che sia così ma non è questo il punto di cui la gente adesso vuole dibattere.

Mag 04

pubblicità suggestiva

2009 ore 20,41 postato da admin nessun commento

«Ascolta: nel 1912 venne annunciato in Inghilterra il ritrovamento di un fossile che rivoluzionava tutte le credenze correnti a quel tempo in materia di evoluzione. Un teschio con caratteristiche sia umane che scimmiesche. La comunità scientifica… accettò quel fossile senza discussioni. Ci vollero quarant’anni per dimostrare che era un clamoroso falso, un collage di ossa umane e di scimmie. E sai perché ci volle tanto? Per il wishful thinking… Nel senso che quel fossile rispondeva ai desideri della comunità scientifica dell’epoca». Leggendo Tullio Avoledo mi veniva in mente l’incipit di una delle opere fondamentali per capire come sia possibile ingegnarsi nella costruzione di realtà storiche ricorrendo all’invenzione della tradizione. «Per tradizione inventata si intende un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di includere determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità con il passato. Di fatto, laddove è possibile, tentano in genere di affermare la propria continuità con un passato storico opportunamente selezionato». (Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, L’invenzione della tradizione, Einaudi, 1983, pp. 3-4). Ai pubblicitari e agli esperti di comunicazione consiglio di approfondire il tema leggendo Ernest Gellner, Nazioni e nazionalismo, Editori riuniti, 1993). Poi il risultato può essere praticamente lo stesso di quello raggiunto dal pubblicitario di Avoledo: «uno seppellisce nel passato qualcosa che in realtà non c’era perché venga trovato ne futuro». Il tema è quanto mai ricorrente e ritorna attuale ogni 25 aprile nella misura in cui si tende a comprendere tra i martiri resistenziali anche i repubblichini di Salò. Anche in questo caso la rilettura del passato è affidata ad autorevoli esponenti della comunità scientifica degli storici: a ratificare la lettura della resistenza come una guerra civile ci aveva pensato lo storico Claudio Pavone all’inizio degli anni Novanta. E ricordo l’ilarità che la mia ricerca sulla Lega Nord suscitava alla metà di quel decennio, mentre scrivevo della necessità di prendere sul serio la nazione padana, le ronde e le camicie verdi. Poi al bisogno di ricercare si è sostituito quello di capire così ho deciso di concedendermi letture fondamentali come Nord Est di Carlotto e Videtta.

Il personaggio principale del romanzo di Avoledo, Alberto Mendini, ha più di un problema perché deve organizzare una campagna di comunicazione politica volta a riscoprire le origini celtiche della sua regione. Pur operando nel Nordest italiano, l’impresa si presenta ardua e ricca di insidie. In principio le remore più grandi erano di ordine morale, poiché gli sembrava irresponsabile costruire una storia dal nulla per il sol fatto che un assessore regionale fosse disposto a finanziare lautamente l’operazione. Ignaro delle tante forzature che hanno accompagnato la nascita e il rafforzamento dei nazionalismi europei, delle omissioni e delle esagerazioni che hanno accompagnato il ricordo di eventi fondativi come la Rivoluzione Francese, la Seconda Guerra Mondiale, Alberto comincia a porsi qualche problema di troppo. Dal momento in cui ha deciso di accettare l’incarico, il suo problema non può più essere quello di moralizzare la committenza, quanto piuttosto quello di tracciare delle strade di persuasione sulla plausibilità di un’origine celtica della sua regione. «Sai qual è la differenza fra pubblicità informativa e pubblicità suggestiva… La pubblicità informativa descrive obiettivamente il prodotto. Informa sulle sue qualità oggettive. La pubblicità suggestiva invece cerca di influenzare il cliente con un messaggio che vinca la sua resistenza all’acquisto. Ciò su cui si fa leva  con questo genere di pubblicità non è il lato informativo, ma l’immagine del prodotto. Quindi cerca di stimolare l’inconscio del cliente. E dove il bisogno non c’è lo si crea» (Tullio Avoledo, Lo stato dell’unione, Sironi, 2005, pp.149-50).

Ma le possibilità del pubblicitario sono davvero infinite nella misura in cui il suo raggio di azione cognitiva è in grado di estendersi all’intero ventaglio dei prodotti culturali. «Una delle tematiche più interessanti del particolare genere letterario chiamato fantascienza è quella degli universi paralleli. I romanzi che ne trattano partono dal presupposto che un determinato evento (spesso un momento cruciale, ma a volte anche un fatto minimale, come l’uccisione di una farfalla nel Giurassico) comporti una deviazione del corso storico. In altre parole, da un certo istante in poi la storia prende una piega diversa. Non so. Hitler muore in trincea nel 1916, quindi il nazismo non nasce, e a invadere l’Europa nel 1939 è l’Unione Sovietica di Stalin. Le caravelle di Cristoforo colombo tornano indietro prima di avvistare il continente americano. E così via. L’evento che produce la deviazione storica è chiamato in modi diversi dai vari autori di fantascienza. Alcuni lo chiamano punto di divergenza». E la divergenza mi sembra davvero calzante, almeno per quanti provano ogni giorno a restare con i piedi per terra.

Lucio Iaccarino

Coordinatore generale

Apr 22

Raymond Boudon nelle primissime pagine del suo libri “L’ideologia”. Origine del pregiudizio (Einaudi, 1986), racconta che negli anni sessanta, durante una campagna contraccettiva, il governo indiano nel tentativo di limitare nascite tra la popolazione indigena abbia avuto qualche problema di carattere ideologico. La campagna, condotta sulla base della massima pubblicità e sulla utilità dell’iniziativa governativa, non sortì alcun effetto, specie tra le popolazioni agricole. I ricercatori spiegarono il fallimento sulla base dei tradizionali pregiudizi che i contadini hanno nei confronti delle innovazioni o di tutto ciò che mina il tradizionale fluire del tempo rurale, specie se i cambiamenti sono indotti dall’alto e finiscono per condizionare le strategie familiari. In seguito i ricercatori migliorarono la loro strumentazione divulgativa affidandosi a comunicatori della stessa regione del Punjab dove si svolgeva la campagna, incentrando la propria comunicazione scientifica, non più sugli effetti benefici ma scommettendo sulla gentilezza dei modi. La nuova campagna diede esiti straordinari e la pillola anticoncezionale fu adottata da oltre il 90% delle donne. Si trattò di un successo limitato nel tempo, poiché appena la campagna fu terminata, con l’affievolirsi della mobilitazione informativa, l’uso della pillola scese drasticamente per essere abbandonata del tutto. I contadini avevano risposto positivamente alla cortesia dei ricercatori venuti da lontano ma i figli, specie nelle famiglie contadine, sono una risorsa lavorativa preziosa, sono braccia in più per lavorare, più che bocche da sfamare. I contadini del Punjab reputarono infondate le convinzioni dei ricercatori se pure maturate scientificamente e comunicate a seguito di una campagna governativa autorevole, legalmente legittima e razionalmente concepita. Il comportamento dei contadini era il frutto di una scelta razionale, ma fu travisato dai ricercatori governativi, a loro volta condizionati dalla visione che considerava i contadini tradizionalmente restii ad accettare nuove scelte, e invece propensi ad assumere comportamenti irrazionali pur di non retrocedere dalle proprie tradizioni. Ma allora, qual’è la posizione più ideologica? Quella scientifica, fondata sul credo maltusiano di una maggiore ricchezza con meno sovraffollamento? O quella contadina, fondata sull’indisponibilità a praticare soluzioni diverse rispetto a quelle consuetudinarie? Quale è il dogma? Quello del controllo centrale sulle nascite? O lo strategie riproduttive messe in campo dai contadini per coltivare la terra con più braccia? E quali sarebbero gli effetti positivi dell’uno e dell’altro punto di vista? Dov’è la falsa rappresentazione della realtà?

Lucio Iaccarino

Coordinatore generale ThTh 

Apr 15

Ore 18.00 lo staff non è in sede. Sono quasi tutti in missione. I pochi rimasti a Bagnoli stanno ultimando i primi due libri Think Thanks edizioni.

Sono le nostre prime due uscite editoriali.

La biografia di Epicarmo Corbino, dal titolo “Un liberista scomodo”, nella quale abbiamo dato nuova vita ad alcune note e scritti politici di questa importante figura della Storia dell’Italia Repubblicana. Al centro degli scritti di Corbino ci sono temi come l’elefantiasi amministrativa, il rapporto centro periferia, lo Stato, un’economia a misura d’uomo.

Sono temi affrontati anche nell’incontro di ieri con Meldolesi e Villone. O la profezia si autoavvera o i problemi italiani sono sempre gli stessi.

Di prossima uscita anche il saggio “Sex industry”, sul mercato della prostituzione in Italia. Le ragioni di coloro che pensano che la prostituzione sia una attività intrinsecamente coercitiva vengono messe a confronto con quelle di chi ritiene che questo fenomeno sia ampiamente caratterizzato da libera scelta e razionalità. Anche in questo caso si tratta di un saggio.

Il libro è curato da tre professori siciliani: Guido Signorino, Pietro Saitta, Mario Centorrino.

Sembra insomma che il Mezzogiorno sia costantemente al centro della nostra produzione culturale.

Lucio Iaccarino

Coordinatore generale

Apr 14

A poche ore dall’evento

2009 ore 13,54 postato da admin nessun commento

Sono le 13.25, ancora qualche minuto e la redazione di Think Thanks va a pranzo. Stiamo ascoltando My Ever Changing Moods degli Style Council. Dopo la grande abbuffata pasquale ci consoliamo con una mega insalata super dietetica.Più tardi nel nostro Centro di documentazione ospitiamo Luca Meldolesi e Massimo Villone.La macchina organizzativa è pronta per proseguire “Mezzogiorno e un quarto”. Alle 17.30 scatta l’accoglienza dei relatori e dei visitatori. Un imprevisto dell’ultima ora ci ha costretto a un cambio di moderatore. Essere riusciti a sostituirlo in poche ore è motivo di soddisfazione, perché sentiamo di operare all’interno di una comunità culturale sempre più attiva e presente.  Finalmente si parlerà di Stato, dopo aver parlato di storia delle idee, di fondi strutturali e di impresa. “Mezzogiorno e un quarto” è un progetto di comunicazione con alle spalle un lavoro di ricerca sulla Questione Meridionale, uno studio sull’idea, un format, un logo, un programma scientifico. E’ il nostro modo di fare cultura…

 Lucio Iaccarino

Coordinatore Generale ThTh

Mar 28

Nell’ambito delle iniziative di Città femminile plurale 2009, organizzate a Napoli dall’Assessorato per le Pari Opportunità, il forum su “Rete di reti per l’occupabilità” ha affrontato il tema della vulnerabilità sociale nell’attuale crisi economica. Le situazioni sono molto diverse: disagio psicologico e relazionale, percezione d’insicurezza, precarietà abitativa, malattia, incertezza di reddito e di lavoro e minacciano l’equilibrio psico-fisico e socioeconomico delle donne, pregiudicando sia le relazioni sociali sia i rapporti familiari. Gli studi più recenti indicano che i minori che vivono in famiglie monoparentali, a basso reddito e bassa istruzione, sono più esposti al rischio di esclusione sociale. Il sistema di welfare tradizionale non è adeguato ad affrontare tali nuovi rischi sociali e copre soltanto il rischio d’infortunio, malattia e morte del capofamiglia - prevalentemente, maschio.
I primi risultati della ricerca che ho presentato nel forum sulle reti per l’occupabilità scava nei vissuti di 15 donne di età superiore a 45 anni che frequentano il centro sportivo di una parrocchia nella Municipalità Avvocata-Montecalvario. Lo studio esamina le dimensioni della vulnerabilità, come situazione in cui l’equilibrio della vita normale è messo a repentaglio da eventi improvvisi e imprevisti: ad esempio la perdita del lavoro, una malattia, la separazione dal coniuge, la nascita di un figlio. Questi eventi possono combinarsi tra loro e appaiono spesso difficili da fronteggiare. Tanto che l’autonomia e la capacità di scelta delle donne sono minacciate da un inserimento instabile nei principali sistemi di integrazione sociale e di distribuzione delle risorse e si traduce in sofferenza, insicurezza, paura, difficoltà ad affrontare i problemi quotidiani.
La vulnerabilità è una situazione complessa, multidimensionale, ma anche una condizione dinamica e reversibile. Non è una condizione di povertà economica conclamata, ma un processo che dall’inclusione conduce all’esclusione sociale, all’isolamento, alla dipendenza, alla depressione. È  però una condizione transitoria, reversibile, da cui si può uscire. E ciò è cruciale per chi deve disegnare e attuare politiche di inclusione sociale attiva per il reinserimento dei soggetti vulnerabili nelle reti sociali e produttive. Le politiche per l’occupabilità possono scongiurare i rischi di vulnerabilità, fornendo non solo formazione professionale e opportunità di lavoro, ma agendo anche sugli aspetti di natura relazionale, sociale e culturale della vulnerabilità. Il disagio emerso dalle interviste condotte è, infatti, prevalentemente di natura psicologica e relazionale, ma – se non opportunamente contenuto –  può investire sfere più ampie della vita delle persone nel breve e nel lungo periodo.
Lo studio in esame documenta come sta cambiando la condizione delle donne a Napoli, la percezione del loro ruolo nella famiglia e nella società, gli aspetti in cui emergono le loro paure ed insicurezze. E per le donne vulnerabili, conciliare lavoro e cura diventa un problema ancora più grave rispetto alle difficoltà che normalmente incontrano per lavorare e gestire una famiglia allo stesso tempo. I risultati, presentati nel forum di sabato 7 marzo, puntano l’attenzione sulle strategie relazionali individuali e collettive per superare le situazioni di vulnerabilità e vanno dalla cancellazione di abitudini, come non essere più disposte a dedicarsi solo alla cura dei figli e al lavoro domestico, fino a mettersi in gioco in pratiche di lavoro innovative, come ad esempio creare video per le canzoni preferite da mettere su google, ricavandone reddito. O più semplicemente orientate al tempo libero come andare a ballare. Ma non mancano strategie virtuose operanti nella sfera pubblica, come le donne che si dedicano ai progetti nel sociale a Scampia. Ma sottrarsi alla vulnerabilità può significare semplicemente eludere i rischi d’insicurezza nei quartieri ove si vive, facendo finta che il rischio di essere aggredite non esista. Sono strategie di reazione o di resilience – si direbbe in inglese – che le donne mettono in pratica per attutire le condizioni di disagio.
Le dinamiche di gruppo innescate attraverso la partecipazione delle donne intervistate nelle attività sportive illuminano percorsi collettivi di uscita dalla vulnerabilità e che le istituzioni dovrebbero riconoscere e mettere in rete. Il gruppo della palestra diventa luogo di espressione della propria libertà, di organizzazione del tempo, di gioco, di immaginazione, di sperimentazione, di iniziativa e decisione collettiva. Il gruppo sportivo diventa forma di empowerment collettivo da intercettare, comprendere e valorizzare. Si tratta di un’esperienza di sicuro interesse per chi gestisce centri di ascolto, sportelli di informazione, servizi alla persona. E come questa, ne esistono tante altre forme come gruppi di preghiera, gruppi di mamme che si aggregano davanti le scuole e che prendono iniziative a beneficio dei loro figli e del quartiere, le associazioni e le cooperative sociali, in cui le donne sono sempre più coinvolte sia come lavoratrici sia come decisori attivi. Aspettare che siano le donne a raggiungere gli sportelli potrebbe non bastare a svelare il sottile dramma della vulnerabilità. E come nella ricerca l’osservatore scova i lati oscuri della realtà, nel sociale occorre rintracciare nuovi approcci, per intercettare i bisogni delle donne, senza fermarsi dinanzi strategie individuali, valorizzando le relazioni di gruppo e i luoghi collettivi di aggregazione. 
Mita Marra
Supervisor, progettazione scientifica, ThinkThanks